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Monte Testaccio, la collina di cocci che racconta la Roma imperiale

18/05/2026

Monte Testaccio, la collina di cocci che racconta la Roma imperiale

A Roma, nel quartiere Testaccio, esiste una collina artificiale alta circa 35 metri costruita interamente con frammenti di anfore romane. È il Monte Testaccio, conosciuto dai romani come Monte dei Cocci: un sito archeologico unico, nato non per celebrare un imperatore né per difendere la città, ma come risultato di secoli di accumulo ordinato dei contenitori usati per trasportare l’olio nella capitale dell’Impero.

Dal porto dell’Emporium alla nascita del Monte dei Cocci

Per capire l’origine di Monte Testaccio bisogna tornare all’antico Emporium, il porto fluviale sorto lungo il Tevere tra la fine del III e gli inizi del II secolo a.C. per sostenere la crescita commerciale e demografica di Roma. Il vecchio approdo vicino all’isola Tiberina non bastava più: servivano spazi, magazzini, banchine e un sistema logistico capace di gestire le merci provenienti dalle province.

Tra i prodotti più importanti c’era l’olio d’oliva, utilizzato per cucinare, illuminare e per l’igiene personale. Tra l’età augustea e il III secolo d.C., una quota significativa arrivava dalla Betica, l’attuale Andalusia spagnola, spesso come forma di tassazione destinata al governo romano.

L’olio viaggiava dentro grandi anfore globulari, capaci di contenere circa 70 litri. Una volta piene, potevano arrivare a pesare quasi un quintale. Dopo lo scarico al porto, il contenuto veniva trasferito in recipienti più pratici per la distribuzione, mentre le anfore vuote non potevano essere riutilizzate: l’argilla porosa assorbiva l’olio, che irrancidiva e rendeva il contenitore inutilizzabile.

La soluzione fu semplice e organizzata: le anfore venivano rotte, sistemate a strati e trattate con calce viva per neutralizzare i residui organici e contenere gli odori. I carri salivano lungo una rampa per depositare nuovi carichi di cocci. Così, strato dopo strato, per quasi tre secoli, nacque una collina.

Un archivio economico dell’Impero romano

Monte Testaccio occupa alla base una superficie di circa 2 ettari, ha un volume stimato di 580mila metri cubi e una circonferenza vicina al chilometro. Le datazioni consolari presenti sui frammenti collocano gran parte degli accumuli tra il 140 d.C. e la metà del III secolo.

La maggioranza dei cocci proviene da anfore della Betica, mentre una parte minore arriva dall’Africa settentrionale. Sui frammenti erano riportati dati preziosi: i nomi dei fabbricanti o dei proprietari dei fondi produttori d’olio, i distretti di provenienza, i controlli fiscali eseguiti al momento dell’imbarco e la data consolare, cioè i nomi dei due consoli in carica nell’anno di riferimento.

Compaiono anche i nomi degli armatori privati che trasportavano le merci. Roma, infatti, non disponeva di una marina mercantile statale e si affidava a operatori privati. Per questo il Monte dei Cocci è oggi molto più di un deposito antico: è un archivio materiale dell’economia imperiale, capace di restituire informazioni su rotte, traffici, fiscalità e organizzazione dei commerci.

Gli scavi hanno mostrato che la struttura interna del monte non era affatto casuale. I lavoratori costruivano muri di anfore integre, riempivano gli spazi retrostanti con frammenti e procedevano per gradoni, garantendo stabilità e ottimizzando lo spazio. La disposizione dei cocci con le parti concave verso l’alto riduceva i vuoti e permetteva il passaggio dei carri.

Dalle feste popolari alle cantine scavate nel colle

Quando gli accumuli si interruppero, nel III secolo, Monte Testaccio rimase nel paesaggio romano come una presenza insolita. Nei secoli successivi divenne anche una cava: i cocci venivano prelevati per realizzare sottofondi stradali, grazie alla loro capacità drenante. Questa pratica, proseguita fino al Settecento, ridusse il volume originario della collina.

A fermare il saccheggio furono due editti di Papa Benedetto XIV, emanati nel 1742 e nel 1744, con i quali vennero vietati il pascolo e il prelievo dei cocci. Si tratta dei primi provvedimenti documentati di tutela del sito, segno del riconoscimento del suo valore storico per la città.

Nel Medioevo il monte entrò anche nella vita popolare romana. Tra il colle e l’Aventino si svolgeva il Palio di Testaccio, una festa di carnevale in cui dalla pendice venivano lanciati carretti carichi di animali, poi contesi dalla folla. La tradizione terminò quando Papa Paolo II trasferì i giochi verso via Lata, l’attuale via del Corso.

Dal Seicento, invece, le pendici del monte furono scavate per ricavarne cantine. La terracotta, porosa e naturalmente ventilata, mantiene una temperatura fresca e costante anche durante l’estate. Alcune cavità sono ancora oggi utilizzate da locali e ristoranti del quartiere, creando un legame diretto tra archeologia e vita quotidiana.

La croce sulla sommità e le visite al sito

Sulla cima del Monte Testaccio si trova una croce che richiama un’altra fase della sua storia. Già nel Medioevo il colle veniva associato simbolicamente al Golgota, il monte della crocifissione di Cristo. La processione della Settimana Santa partiva dal Campidoglio e si concludeva sulla sommità, trasformando il Monte dei Cocci in un luogo di devozione popolare.

La tradizione è stata ripresa in tempi recenti: ogni Venerdì Santo la parrocchia di Santa Maria Liberatrice celebra la Via Crucis sulle pendici del monte. Archeologia, memoria urbana e religiosità si intrecciano così in uno dei luoghi più singolari di Roma.

L’ingresso al sito si trova in via Nicola Zabaglia 24. Per informazioni e prenotazioni è possibile consultare i canali della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Monte Testaccio resta una delle testimonianze più originali della città antica: una collina nata dagli scarti, capace ancora oggi di raccontare la potenza logistica, commerciale e sociale della Roma imperiale.

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Annalisa Biasi

Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to