Roma, la città che ha imparato a parlare con l’acqua
16/01/2026
Roma non sarebbe Roma senza il rumore sottile delle fontane, senza la memoria del Tevere che taglia la città come una linea antica, senza quell’idea quasi ostinata che l’acqua non debba soltanto servire, ma anche apparire, raccontare, persuadere. Qui l’acqua è stata infrastruttura e spettacolo, igiene e politica, tecnica e teatro. È un legame che nasce nella geografia e si compie nella cultura: dal fiume ai grandi acquedotti, dalle terme ai “nasoni”, l’acqua ha modellato il volto di Roma con una continuità rara, fatta di interruzioni traumatiche e rinascite programmate.
Dal Tevere agli acquedotti: quando l’ingegneria diventa identità
All’inizio c’è il Tevere: difesa naturale, via di comunicazione, risorsa essenziale. Ma la Roma che cresce e si affolla capisce presto che il fiume, da solo, non basta. La risposta è una delle più grandi imprese di ingegneria del mondo antico: gli acquedotti. Dal III secolo a.C. in poi, Roma costruisce una rete capace di portare acqua da sorgenti anche lontane, con pendenze minime calcolate al millimetro, attraversando vallate su ponti monumentali o scavando gallerie sotterranee. Non è solo tecnologia: è un gesto politico, un modo per dire che la città può dominare il proprio destino e garantire un bene primario su scala urbana.
L’acqua che arriva in città non si distribuisce in modo “democratico”: una parte sostiene le terme e i bagni pubblici, un’altra alimenta fontane e servizi collettivi, mentre le abitazioni private più ricche ne ottengono quote limitate. Eppure, proprio questa capillarità di punti d’accesso pubblici cambia la vita quotidiana: bere, cucinare, lavare, lavorare diventano azioni legate a spazi comuni, a piazze e strade dove l’acqua scorre come un diritto urbano prima ancora che come un lusso.
Terme e fontane: il benessere come progetto urbano
Le terme romane sono una macchina sociale prima che un edificio: vasche calde e fredde, palestre, biblioteche, spazi per incontrarsi, discutere, stringere accordi. L’acqua non è un dettaglio, è l’energia che tiene insieme quel mondo. La città arriva a contare un numero impressionante di impianti pubblici, e per secoli l’igiene urbana romana resta un riferimento che l’Europa faticherà a eguagliare molto più tardi.
Le fontane, nel frattempo, non si limitano a “dare acqua”: organizzano il paesaggio urbano, ritmano i quartieri, diventano segni riconoscibili. Poi la storia spezza la continuità. Quando, nel 537 d.C., durante l’assedio dei Goti, gli acquedotti vengono interrotti, non si ferma solo un servizio: si incrina la struttura stessa della città. Senza acqua, Roma perde popolazione, funzioni, vitalità. È una frattura che spiega perché, nei secoli successivi, il ritorno dell’acqua non verrà vissuto come semplice ripristino, ma come rinascita.
Rinascimento e Barocco: l’acqua come linguaggio del potere e dell’arte
Con il recupero dell’Acqua Vergine e i grandi programmi papali, Roma rimette in scena l’acqua. Le fontane del Rinascimento e, ancora di più, quelle barocche diventano un manifesto: l’acqua non solo scorre, “parla”. È la voce visibile del potere, della magnificenza, della competizione tra famiglie e pontefici. Gli architetti e gli scultori trasformano piazze e crocevia in palcoscenici dove la pietra sembra muoversi, dove lo zampillo costruisce prospettive, dove il suono diventa parte dell’architettura.
La stagione culmina in opere che hanno reso Roma un atlante di simboli: fontane che raccontano fiumi e continenti, che giocano con obelischi e rovine, che intrecciano sacro e profano con una libertà spettacolare. In quel momento l’acqua smette di essere soltanto “utile”: diventa un dispositivo narrativo, un modo per rappresentare il mondo e il dominio su di esso, un invito permanente alla meraviglia.
Dall’Unità al Novecento: tra nuove scenografie e l’icona quotidiana dei nasoni
Con l’Italia unita arrivano nuove fontane monumentali, talvolta cariche di polemiche e scandali, segno che il corpo e l’acqua, a Roma, continuano a essere materia sensibile. Il Novecento eredita tutto questo e lo trasforma in immagine: musica, cinema, turismo, memoria collettiva. Ma la vera continuità quotidiana, quella che non ha bisogno di fotografie, è più umile e resistente: i nasoni. Le fontanelle in ghisa, distribuite nei quartieri, restano una delle forme più autentiche del rapporto tra Roma e l’acqua: non celebrano il potere, servono la città, e proprio per questo sono diventate un simbolo.
Roma, alla fine, non ha soltanto fontane. Ha una grammatica dell’acqua: tecnica quando serve, teatrale quando vuole, pubblica quasi sempre. È un’eredità che non vive nei musei, ma nel rumore continuo che accompagna chi cammina.
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