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Giorno della Memoria: perché il 27 gennaio resta una data che interroga

26/01/2026

Giorno della Memoria: perché il 27 gennaio resta una data che interroga

Il 27 gennaio arriva ogni anno con una sobrietà particolare, perché porta con sé una memoria che non chiede retorica, chiede precisione: ricordare cosa accadde, come accadde, e quali responsabilità – individuali e collettive – resero possibile l’abisso. La scelta di questa data rimanda alla liberazione del complesso concentrazionario di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche, il 27 gennaio 1945, quando i soldati della 60ª Armata del 1º Fronte Ucraino entrarono nel campo e trovarono i superstiti ridotti allo stremo.

Auschwitz liberata: la “scoperta” dell’orrore e i numeri che non diventano mai statistica

La liberazione non fu una scena cinematografica, con cancelli che si aprono e vita che riparte all’istante: fu, per molti, l’inizio di un percorso di cura e di sopravvivenza, dentro un luogo costruito per annientare. Auschwitz-Birkenau rimane il simbolo più riconoscibile della Shoah anche per la dimensione dello sterminio: le stime storiche più accreditate, riprese dal Memoriale e Museo di Auschwitz, indicano oltre 1,1 milioni di vittime, in larghissima parte ebrei, insieme a prigionieri politici, rom e sinti e altre categorie perseguitate dal sistema nazista.

La memoria di Auschwitz, però, non è separabile da ciò che avvenne altrove: rastrellamenti, deportazioni, complicità, indifferenza, paura. Il 27 gennaio diventa così una soglia simbolica: non “la fine del male”, ma il momento in cui l’Europa vede con evidenza ciò che era stato nascosto, negato, normalizzato.

La legge italiana e la responsabilità di ricordare anche “qui”

In Italia il Giorno della Memoria è stato istituito con la legge n. 211 del 20 luglio 2000, che riconosce il 27 gennaio come data dedicata al ricordo della Shoah, delle leggi razziali e della persecuzione degli ebrei, oltre che dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti.

Questa cornice legislativa ha un valore chiaro: impedire che la commemorazione venga ridotta a un racconto “di altri”, distante, comodo. Le ricerche storiche condotte in Italia mostrano numeri e nomi: la Fondazione CDEC, ad esempio, presenta dati che consentono di ricostruire le vittime della Shoah in Italia e i deportati, rendendo la memoria verificabile, documentata, esigente.

Una ricorrenza internazionale: educazione, prevenzione, vigilanza democratica

Dal 2005 la dimensione è anche esplicitamente internazionale: con la risoluzione ONU 60/7, l’Assemblea Generale ha designato il 27 gennaio come giornata annuale di commemorazione delle vittime dell’Olocausto e ha incoraggiato programmi educativi, contrasto al negazionismo e tutela dei luoghi della deportazione e dello sterminio.

Il punto, per scuole e istituzioni culturali, non sta nel “celebrare” ma nel costruire strumenti: archivi accessibili, testimonianze contestualizzate, laboratori sulla propaganda e sul linguaggio dell’odio, percorsi capaci di mostrare come la discriminazione diventi sistema quando trova spazi liberi, o quando la società sceglie di voltarsi dall’altra parte. Il Giorno della Memoria, se è utile, lo è perché continua a porre una domanda scomoda e necessaria: quali segnali, oggi, somigliano a quelli di allora?

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Annalisa Biasi

Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to