Spelacchio è morto: colpa del Comune

Il Comune ammette che Spelacchio è secco e come previsto non è arrivato a Natale. Di chi è la colpa?

Spelacchio è morto. Si conclude quindi nel peggiore dei modi la telenovela tragicomica che da giorni sta costando a Roma l’ennesima figuraccia a livello planetario: giornali e servizi televisivi in tutto il mondo hanno raccontato la storia di Spelacchio, l’albero più chiacchierato del mondo, suo malgrado. In Russia lo hanno definito addirittura “toilet brush”, paragonandolo, non a torto, a uno scopino da WC.

Se inizialmente la vicenda di Spelacchio era iniziata con ironia sui social, in breve tempo si è trasformata nell’ennesima figuraccia di questa amministrazione, che non è stata nemmeno in grado di regalare a Roma un albero di Natale decente e in linea con quello di qualsiasi altra città europea. Ad aggravare il tutto la rivelazione sui costi dell’operazione, ben 48.677 euro per diventare lo zimbello del mondo e le motivazioni grottesche alla base di tutto. Ora l’albero è morto, come peraltro previsto, e non è arrivato nemmeno a Natale e il Comune vuole accertare le responsabilità, con un cambio di strategia che arriva direttamente dal sindaco Virginia Raggi, seppure non ufficialmente.

La storia di Spelacchio

Spelacchio arriva dalla Val di Fiemme, che già da diversi anni dono l’abete per allestire l’albero di Natale a Piazza Venezia. Si pensava che, memori delle polemiche per il misero albero dello scorso anno, questa volta il Campidoglio sarebbe corso ai ripari e invece l’albero è apparso ancora più povero e spoglio, tanto da meritarsi appunto l’appellativo di “Spelacchio”.

All’inizio il Comune e la base grillina avevano difeso Spelacchio, definendolo “sobrio ed elegante”; poi, quando nemmeno gli addobbi e le luci offerti da Acea erano riusciti a migliorare le condizioni dell’albero di Natale, avevano provato a nascondere la realtà con un maldestro e ridicolo lavoro di Photoshop.

Quando infine sono iniziate a circolare le foto di Spelacchio prima del trasporto a Roma, ma soprattutto i costi dell’operazione, il Campidoglio non ha più potuto nascondersi e minimizzare su quella che si è rivelata l’ennesima prova di incapacità e inefficienza, stavolta di proporzioni mondiali.

In pratica il Comune si è ricordato solo a fine novembre che il 25 dicembre sarebbe arrivato il Natale e che bisognava allestire l’albero, quindi non avendo i tempi tecnici per allestire un bando, è stato necessario provvedere con l’assegnazione diretta che, come prevede lo stesso regolamento grillino, non può superare i 50.000 euro. Quindi ne sono stati spesi 48.677 per il trasporto a Roma dell’albero dalla Val di Fiemme e per il successivo smaltimento dopo le feste.

Ieri il Comune ha ammesso che Spelacchio è tecnicamente secco e contestualmente ha fatto sapere che partirà un’indagine per accertare le responsabilità del prematuro decesso.

Chi ha ucciso Spelacchio?

L’obiettivo dell’indagine è quello di non versare i soldi previsti per il trasporto e lo smaltimento dell’albero, visto che ancora non sono stati pagati, addossando quindi ai trasportatori le responsabilità della prematura morte dell’albero, mentre dalla Val di Fiemme respingono le accuse, dichiarando che l’albero si è seccato probabilmente perché non sono state seguite le necessarie procedure durante l’allestimento.

Il Dipartimento ambiente del Comune fa sapere che “da sempre gli alberi di Natale sono recisi e dopo le feste vanno buttati. Nessuno è mai stato ripiantato. Trasportarli con le radici comporterebbe costi spropositati e l’utilizzo di un macchinario speciale che si trova in Germania”. In merito alle accuse di cattiva manutenzione di Spelacchio il Dipartimento risponde: “Non si rileva nessuna problematica – concludono -. Prima del pagamento del servizio, partiranno tutte le verifiche del caso”.

Dalla Val di Fiemme replicano: “Quando è partito da qui era in ottima salute, era perfetto. Gli alberi di Natale vengono selezionati secondo stringenti criteri estetici. Noi non puntiamo il dito contro nessuno ma qualcosa a quell’albero è successo. È evidente. Ha subito uno stress troppo grande. In genere in quelle condizioni, come è sempre successo, un abete rosso resiste tranquillamente un mese, un mese e mezzo. E invece questa volta…”.

Da PEFC Italia fanno sapere che “la pianta era ricca di rami e aghi ed il proprietario l’aveva scelta per la sua bellezza, come per anni l’ha già fatto per piazza Venezia di Roma. Oltre ad una possibile rovina dovuta al trasporto forse incauto, è probabile che la pianta fosse stressata per la siccità che da 12 mesi ha colpito tutta l’Italia con piovosità ridotta al 50% (gli aghi di piante in queste condizioni cascano più rapidamente dopo il taglio)”.

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